Attenzione! questo post non contiene trama
Di film di questo tipo se ne son visti molti. Racconti di svolte epocali, di rivoluzioni resi con una storia facilmente seguibile, a volte divertente, a volte commuovente. Ecco. Questo film è fondamentalmente già stato fatto, prendendo in esame altre tematiche, ovviamente. Trovo che il pregio di questa pellicola stia nel non romanzare eccessivamente una storia già di per sé affascinante.
Il racconto di come alcune donne coraggiose siano riuscite a ottenere l'uguaglianza retributiva in un Inghilterra in pieno sviluppo industriale è senz'altro affascinante. Il fatto che ci siano riuscite all'interno di una fabbrica d'auto, in cui il loro compito era quello di cucire le coperture dei sedili, poi, rende il loro gesto doppiamente difficile e, quindi, doppiamente coraggioso. Sarebbe stato più semplice ottenere vantaggi in un settore meno dominato dagli uomini e meno misogino. Ma loro hanno perseverato e, come spesso accade nei film, e solo poche poche accade nella vita reale, hanno trionfato.
Questa la storia. Arricchita da vicende personali e da aneddoti piuttosto comici, ovviamente. Ma mai così alterata ed edulcorata da infastidire, come purtroppo capita in film di questo genere. Gli sceneggiatori hanno avuto il coraggio di proporre al pubblico la storia di un passaggio difficile, affrontandola in modo non troppo tragico. Le (quasi) due ore scivolano via, con leggerezza. Appunto, tema importante trattato con leggerezza. E, per una volta, non in senso negativo. Una leggerezza che significa non calcare troppo su alcuni personaggi e su determinati passaggi, lasciando che lo spettatore ci arrivi da solo. E quando si giunge ai titoli di coda l'impressione è proprio quella di aver visto un bel film (certo non un capolavoro epocale) che consente di pensare. E di discutere, soprattutto. E questa è la cosa più piacevole.
Un sentito grazie agli sceneggiatori inglesi che, per una volta, non hanno fatto l'errore di sottovalutare lo spettatore. E ho fatto pure la rima. Tié.
bisous,
Marta
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mercoledì 15 dicembre 2010
We Want Sex, cronaca (non zuccherina)di una rivoluzione in rosa
martedì 26 ottobre 2010
Recensione: Una Sconfinata Giovinezza, ovvero l'amore che può (quasi) tutto
Attenzione! questo post non contiene trama.
Non è mai facile parlare di un film che ti è piaciuto molto, che ti ha toccato. E' indubbiamente più semplice raccontarne uno carino, mediocre o pessimo perché ti consente di essere oggettivo. Bene, sappiate che non sarò oggettiva.
Penso che l'obiettivo di Pupi Avati fosse quello di raccontare una storia a cui nessuno potesse restare indifferente, forse perché si parla di malattia. E di una in particolare, l'alzheimer. E forse perché lo fa mettendosi dalla parte di chi questa malattia la subisce, insieme al malato. E' così che da storia di una malattia si trasforma, inevitabilmente nella storia di un amore.
Lino e Chicca sono i protagonisti, interpretati magistralmente da Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri. Non c'è molto da dire sulla trama, Lino si ammala e improvvisamente tutto cambia per lui, e per Chicca. La sofferenza, la violenza, l'abbandono e, infine, l'amore. Amore che si trasforma, passando da coniugale a filiale. Chicca trova il modo di comunicare con Lino, diventando insieme mamma e compagna di giochi. Commuovente la scena in cui giocano con i tappi di bottiglia sul pavimento di casa, proprio come fanno i bambini. Sì, perché Lino si è rifugiato nella sua infanzia, estraniandosi completamente dal mondo che lo circonda. E magari non ricorda più i nomi dei parenti, ma quelli dei ciclisti dell'epoca se li ricorda bene, e include la sua Chicca in questo suo viaggio infantile. Lei si lascia guidare da questo eterno ragazzo che le mostra una realtà, non tangibile, ma vivida nella sua mente.
Questa componente di memoria ci consente di immergerci nel passato del nostro protagonista. Un passato triste, per via della morte dei genitori, costituito essenzialmente da una casa di campagna in cui passare l'estate con gli zii e i ragazzi del paese: il ragazzo senza palato, il mitico guaritore, la ragazzina da spiare, il cane Perché. Avati ne approfitta per descrivere, con occhio cinico, la pochezza di certi individui di campagna che contrappone, con abilità, alla famiglia di Chicca, borghese e benestante, ma altrettanto priva di sensibilità.
Che dire del finale? Sorprendente nella sua semplicità. Poco realista, fa però venire da pensare che non poteva finire altrimenti. Poetico.
Il film è assolutamente da vedere. So che può far paura a chi, per età, si immedesima con il protagonista maschile ma bisogna superare questo iniziale timore. La ricompensa è la sensazione che ti pervade quando si esce dal cinema: una sconfinata tenerezza. Buona visione.
Bisous,
Marta
Non è mai facile parlare di un film che ti è piaciuto molto, che ti ha toccato. E' indubbiamente più semplice raccontarne uno carino, mediocre o pessimo perché ti consente di essere oggettivo. Bene, sappiate che non sarò oggettiva.
Penso che l'obiettivo di Pupi Avati fosse quello di raccontare una storia a cui nessuno potesse restare indifferente, forse perché si parla di malattia. E di una in particolare, l'alzheimer. E forse perché lo fa mettendosi dalla parte di chi questa malattia la subisce, insieme al malato. E' così che da storia di una malattia si trasforma, inevitabilmente nella storia di un amore.
Lino e Chicca sono i protagonisti, interpretati magistralmente da Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri. Non c'è molto da dire sulla trama, Lino si ammala e improvvisamente tutto cambia per lui, e per Chicca. La sofferenza, la violenza, l'abbandono e, infine, l'amore. Amore che si trasforma, passando da coniugale a filiale. Chicca trova il modo di comunicare con Lino, diventando insieme mamma e compagna di giochi. Commuovente la scena in cui giocano con i tappi di bottiglia sul pavimento di casa, proprio come fanno i bambini. Sì, perché Lino si è rifugiato nella sua infanzia, estraniandosi completamente dal mondo che lo circonda. E magari non ricorda più i nomi dei parenti, ma quelli dei ciclisti dell'epoca se li ricorda bene, e include la sua Chicca in questo suo viaggio infantile. Lei si lascia guidare da questo eterno ragazzo che le mostra una realtà, non tangibile, ma vivida nella sua mente.
Questa componente di memoria ci consente di immergerci nel passato del nostro protagonista. Un passato triste, per via della morte dei genitori, costituito essenzialmente da una casa di campagna in cui passare l'estate con gli zii e i ragazzi del paese: il ragazzo senza palato, il mitico guaritore, la ragazzina da spiare, il cane Perché. Avati ne approfitta per descrivere, con occhio cinico, la pochezza di certi individui di campagna che contrappone, con abilità, alla famiglia di Chicca, borghese e benestante, ma altrettanto priva di sensibilità.
Che dire del finale? Sorprendente nella sua semplicità. Poco realista, fa però venire da pensare che non poteva finire altrimenti. Poetico.
Il film è assolutamente da vedere. So che può far paura a chi, per età, si immedesima con il protagonista maschile ma bisogna superare questo iniziale timore. La ricompensa è la sensazione che ti pervade quando si esce dal cinema: una sconfinata tenerezza. Buona visione.
Bisous,
Marta
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